💚 “Non si fa male per gioco”: perché è importante insegnarlo fin da piccoli
(Riflessioni psicologiche, educative e neuroscientifiche)
Sempre più spesso si vedono bambini — anche di cinque o sei anni — rincorrersi, spingersi, darsi calci o “fare la lotta per scherzo”.
Sembra un gioco vivace, spesso accompagnato da risate.
Eppure, non di rado qualcuno si fa male davvero. Ma anche quando non accade, c’è qualcosa di più profondo da considerare.
Molti adulti minimizzano:
“Sono bambini, è normale.”
“Così imparano a difendersi.”
“È solo un gioco, si vogliono bene.”
Eppure, dal punto di vista psicologico e neurobiologico, queste interazioni fisicamente aggressive non sono neutre. Anzi, possono influenzare la costruzione dell’empatia, della regolazione emotiva e della percezione dei confini personali e altrui.
🧠 1. Cosa succede nel cervello dei bambini
Il cervello dei bambini è un sistema in costruzione: le aree prefrontali — quelle che regolano l’impulsività, la pianificazione e l’autocontrollo — si sviluppano lentamente fino ai 25 anni (Casey, Tottenham, Liston & Durston, Trends in Cognitive Sciences, 2005).
A cinque o sei anni, il bambino è già in grado di distinguere tra gioco e fare male, ma le connessioni tra le aree limbiche (che gestiscono l’emozione) e le aree corticali (che gestiscono la regolazione) non sono ancora pienamente integrate.
Durante un gioco fisico intenso — come una “lotta per scherzo” — il sistema nervoso simpatico si attiva: aumenta il battito, la respirazione accelera, i livelli di adrenalina e dopamina crescono.
In questo stato, la soglia tra eccitazione e aggressività diventa molto sottile.
Il bambino può non riuscire più a fermarsi o non percepire che sta realmente facendo male.
In termini neurobiologici, la corteccia prefrontale viene temporaneamente “spenta” dall’iperattivazione limbica (LeDoux, The Emotional Brain, 1996).
Per questo, anche nei giochi “per scherzo”, il rischio di ferirsi o ferire diventa reale.
💞 2. L’apprendimento associativo: il cervello normalizza ciò che ripetiamo
Il cervello infantile apprende per associazione: ciò che viene ripetuto e associato a emozioni positive viene registrato come sicuro o desiderabile.
Se il contatto fisico aggressivo (spinte, pugni, calci) è accompagnato da risate e da approvazione sociale, il cervello registra l’aggressività come esperienza piacevole.
Nel tempo, questa associazione può:
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abbassare la soglia empatica (l’altro non viene più percepito come qualcuno da proteggere, ma come “partner di gioco” anche nella lotta);
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rinforzare circuiti dopaminergici legati alla ricerca dell’attivazione fisica intensa (come in altri comportamenti eccitatori);
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confondere il confine tra intensità relazionale e violenza fisica.
Questo meccanismo è ben documentato nelle neuroscienze affettive (Panksepp, Affective Neuroscience, 1998), dove si spiega come i sistemi di “PLAY” e “RAGE” del cervello condividano circuiti parzialmente sovrapposti.
In altre parole: il gioco fisico e l’aggressività nascono vicini, ma spetta all’educazione e al contesto sociale tenerli separati.
🧩 3. L’importanza educativa del confine: rispetto e autoregolazione
Insegnare a un bambino a non fare male nemmeno per gioco non significa inibirlo o renderlo fragile.
Significa aiutarlo a:
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riconoscere i confini del proprio corpo e di quello altrui;
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capire che il divertimento non deve passare per la sopraffazione;
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imparare a regolare la propria energia, anche quando è forte o gioiosa.
La teoria dell’attaccamento (Bowlby, Ainsworth) e la teoria polivagale (Porges, 2011) sottolineano come il senso di sicurezza relazionale sia la base dello sviluppo sociale sano.
Quando i giochi diventano fisicamente aggressivi, anche se “per scherzo”, il sistema nervoso di alcuni bambini può percepire pericolo, attivando risposte di allerta o ritiro.
Questo può generare ansia, confusione o difficoltà nel fidarsi degli altri durante il gioco.
🌱 4. La gentilezza come forma evoluta di forza
La gentilezza non è debolezza. È una competenza evolutiva avanzata, sostenuta da reti neurali complesse che coinvolgono l’insula anteriore, la corteccia cingolata e il nervo vago.
Sono le stesse aree implicate nella compassione, nell’empatia e nella cooperazione — funzioni fondamentali per la sopravvivenza del gruppo umano (Singer & Klimecki, Current Biology, 2014).
Allenare la gentilezza significa allenare queste reti.
Bambini che imparano fin da piccoli a usare la forza con consapevolezza, a chiedere permesso, a fermarsi se l’altro dice “basta”, sviluppano una base neurologica per la regolazione e l’empatia molto più stabile nel tempo.
🧘 5. Cosa possiamo fare concretamente
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Riconoscere l’emozione sotto la spinta: spesso il “fare la lotta” è un modo per esprimere rabbia, eccitazione o bisogno di contatto. Aiutiamoli a nominarlo: “Hai tanta energia, vuoi muoverti forte!”.
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Canalizzare in modo sicuro: percorsi motori, arti marziali educative, yoga per bambini, danza, sport cooperativi.
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Dare valore al consenso: “Si gioca solo se tutti sono d’accordo, e si smette subito se qualcuno dice stop.”
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Coltivare il contatto affettuoso: abbracci, carezze, giochi corporei non competitivi.
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Rinforzare l’empatia: chiedere “come si è sentito l’altro?”, e aiutare il bambino a riflettere sulle conseguenze.
🌍 6. Un cambiamento culturale necessario
Culturalmente, l’aggressività fisica è spesso vista come parte naturale della crescita, soprattutto nei maschi.
Ma oggi sappiamo, grazie alla psicologia dello sviluppo e alle neuroscienze sociali, che l’empatia, la gentilezza e la regolazione emotiva predicono meglio il successo relazionale e scolastico di qualunque altra abilità (Eisenberg et al., Developmental Psychology, 2006).
Educare alla gentilezza non significa proteggere eccessivamente, ma insegnare la vera forza: quella che sa fermarsi, ascoltare e rispettare.
✨ In sintesi
Non si tratta di vietare il gioco fisico, ma di non incentivarlo e di offrire alternative: scegliere che tipo di energia vogliamo alimentare.
Ci sono mille modi di muoversi, ridere e sentirsi vivi senza trasformare l’altro in un bersaglio.
Ogni volta che insegniamo questo ai nostri figli, nutriamo una cultura di rispetto, consapevolezza e cooperazione — le basi stesse di una società più empatica e sicura.
📚 Riferimenti essenziali
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Casey, B. J., Tottenham, N., Liston, C., & Durston, S. (2005). Imaging the developing brain: what have we learned about cognitive development? Trends in Cognitive Sciences, 9(3), 104–110.
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LeDoux, J. (1996). The Emotional Brain. Simon & Schuster.
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Panksepp, J. (1998). Affective Neuroscience: The Foundations of Human and Animal Emotions. Oxford University Press.
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Porges, S. W. (2011). The Polyvagal Theory: Neurophysiological Foundations of Emotions, Attachment, Communication, and Self-Regulation. Norton.
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Singer, T., & Klimecki, O. M. (2014). Empathy and compassion. Current Biology, 24(18), R875–R878.
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Eisenberg, N. et al. (2006). Prosocial Development in Early Childhood. Developmental Psychology, 42(5), 773–784.
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