Vuole sempre essere il primo

“Sono arrivato prima io!”. Quante volte questa frase riecheggia nei corridoi di casa, al parco giochi o nelle aule di scuola? Se chiudo gli occhi, posso quasi rivedere le espressioni trionfanti di alcuni bambini e le lacrime di frustrazione di altri. Come psicoterapeuta, ma ancor prima come persona che vive la quotidianità delle famiglie, so bene quanto la fase della competizione possa essere intensa e, a tratti, estenuante per noi adulti.

C’è quel momento, solitamente intorno ai quattro o cinque anni, in cui il mondo sembra trasformarsi in una gigantesca pista di atletica. Chi finisce prima il piatto, chi arriva per primo alla porta, chi preme il pulsante dell’ascensore, chi finisce per primo un disegno. Tutto è una gara. E se da un lato questa spinta è una tappa fisiologica dello sviluppo, legata alla costruzione dell’identità e all’affermazione di sé, dall’altro può trasformarsi in una piccola trappola emotiva.

I bambini che sentono il bisogno viscerale di primeggiare in ogni singola situazione, spesso, nascondono una profonda fragilità. Non è prepotenza, la loro, anche se a volte può sembrarlo. È più una convinzione, silenziosa e infantile, che il loro valore dipenda esclusivamente da quel primo posto. “Se vinco, valgo. Se arrivo secondo, non sono abbastanza, non mi guarderanno”. Questa tensione costante li porta a vivere in uno stato di allerta, perdendosi completamente la gioia del momento presente e, cosa ancora più dolorosa, allontanando gli amici.

Ed è esattamente in questo delicato snodo emotivo che entra in gioco un albo illustrato che ho imparato ad amare profondamente e che consiglio spesso in studio: Procione vuole essere il primo, scritto dalla sensibile penna di Susanna Isern e illustrato magistralmente da Leire Salaberria.

Perché la storia di Procione funziona nella pratica

Pubblicato nell’ottobre del 2018 e composto da 40 pagine di pura immersione visiva, questo libro ha un pregio enorme: non fa la predica. I bambini, soprattutto quelli tra i 4 e i 7 anni, hanno un radar potentissimo per le morali calate dall’alto. Se diciamo loro “l’importante è partecipare”, spesso ci guardano con sufficienza, perché in quel momento, per loro, l’unica cosa che conta è vincere.

La storia ci presenta Procione, un animaletto che vuole essere il primo in tutto per tutto. E la cosa interessante è che ci riesce quasi sempre. È il più veloce, il più svelto, il primo ad arrivare. Ma la narrazione, supportata da illustrazioni caratterizzate da piccoli tratti di colore che catturano immediatamente l’attenzione, sposta dolcemente il focus dal traguardo al viaggio.

Il libro funziona perché permette ai piccoli lettori di immedesimarsi totalmente nel protagonista senza sentirsi giudicati. Vedono Procione correre a perdifiato, lo vedono arrivare primo, ma poi, girando pagina, si accorgono insieme a lui di una verità disarmante: correndo così veloce, Procione si è perso tutto il bello che lo circondava. Non ha visto i fiori sbocciare, non ha assaporato il vento, e soprattutto, è arrivato solo. I suoi amici sono rimasti indietro, a godersi la passeggiata e la reciproca compagnia.

È un’epifania visiva ed emotiva potentissima. Il bambino comprende, attraverso gli occhi di Procione, che la vera rinuncia non è arrivare secondi, ma perdersi la bellezza delle relazioni e delle piccole cose pur di tagliare un traguardo solitario.

Come userei questo libro a casa, a scuola e in terapia

La versatilità di questo strumento lo rende prezioso in diversi contesti, purché venga utilizzato come un ponte per comunicare e non come una medicina da somministrare a forza.

A casa, lo inserirei nella routine della buonanotte, ma in un momento di calma. È fondamentale non proporre la lettura di questo libro subito dopo una crisi di rabbia per aver perso a un gioco da tavolo. A mente fredda, invece, accoccolati sul divano o nel letto, possiamo sfogliare le pagine e fare domande aperte: “Guarda il viso di Volpe qui dietro, secondo te come si sente mentre Procione scappa via?”, oppure “Cosa pensi che si sia perso Procione mentre correva a testa bassa?”. Lasciamo che siano loro a trarre le conclusioni.

A scuola dell’infanzia e nei primi anni della primaria, questo albo è un alleato formidabile per le insegnanti. Immagino un circle time seduti a terra. Leggere la storia ad alta voce permette di normalizzare il sentimento della competizione all’interno del gruppo classe. Si può chiedere ai bambini di raccontare una volta in cui volevano a tutti i costi essere i primi e come si sono sentiti dopo. Aiuta a creare empatia tra i compagni, smussando le dinamiche di rivalità accesa che spesso rendono difficile la convivenza scolastica.

Nel mio studio di psicoterapia, lo utilizzo spesso come punto di partenza per esplorare l’ansia da prestazione nei più piccoli. Attraverso il disegno o il gioco simbolico con i pupazzi, chiedo al bambino di far finta di essere Procione. Insieme, cerchiamo di dare un nome a quella “fretta” che sente dentro, aiutandolo a capire che l’affetto di mamma e papà, o l’amicizia dei compagni, non si vincono in una gara di velocità.

Limiti reali: quando non è la scelta migliore

Sebbene io trovi questo libro splendido e apparentemente privo di difetti evidenti, la mia esperienza clinica mi impone di fare alcune precisazioni per aiutarvi a usarlo al meglio.

Il limite principale non risiede nel libro in sé, ma nelle aspettative dell’adulto. Questo albo non è una bacchetta magica. Se un bambino vive un’ansia da prestazione molto radicata, magari legata a dinamiche familiari in cui (anche involontariamente) si elogia solo il risultato e mai l’impegno, la sola lettura della storia di Procione non basterà a cambiare le cose. Servirà un lavoro più profondo sull’ambiente che lo circonda.

Inoltre, lo sconsiglio per bambini più grandi, dagli 8 anni in su. Il linguaggio semplice e la struttura della fiaba con animali antropomorfi potrebbero risultare troppo “infantili” per un bambino di terza o quarta elementare, che potrebbe rifiutare il messaggio sentendosi trattato da piccolo.

Infine, come accennavo prima, il libro perde tutta la sua efficacia se usato in modo punitivo o moralistico (“Vedi Procione? Lui ha capito che non si fa così, tu invece piangi sempre quando perdi!”). In questo modo, otterremmo solo chiusura e risentimento.

A chi lo consiglio con il cuore

Consiglio vivamente la lettura di questo albo a genitori che si sentono esausti di fronte alle continue sfide quotidiane dei loro figli e che cercano parole dolci per spiegare il valore della lentezza e della condivisione.

È uno strumento preziosissimo per educatori e insegnanti, che ogni giorno devono orchestrare le complesse dinamiche sociali di venti o più bambini, aiutandoli a passare dall’io al noi.

E lo suggerisco caldamente anche a pedagogisti e colleghi psicologi, da tenere a portata di mano nella libreria dello studio: le illustrazioni di Leire Salaberria sono un attivatore emotivo eccellente per aprire dialoghi che altrimenti farebbero fatica a emergere.

Un piccolo passo per rallentare insieme

Crescere significa anche imparare a perdere, a fermarsi, ad aspettare chi ha un passo diverso dal nostro. È un apprendistato faticoso, ma è ciò che ci rende esseri umani capaci di amare e di stare in relazione.

Il mio invito pratico per voi, oggi, è questo: la prossima volta che vi trovate a fare un gioco da tavolo in famiglia, provate a cambiare le regole per una volta. Non giocate per vincere. Giocate per fare la mossa più buffa, per inventare la regola più strampalata, per far ridere l’altro. Mostrate ai vostri bambini, con l’esempio concreto del vostro corpo rilassato e del vostro sorriso, che il vero premio non è arrivare alla casella finale, ma il tempo trascorso insieme a ridere intorno a quel tavolo.

Se sentite che la storia di questo piccolo animale frettoloso può essere d’aiuto nella vostra casa o nella vostra classe, potete trovare Procione vuole essere il primo online.

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