
Ci sono giorni in cui un bambino sembra arrabbiarsi per tutto: il bicchiere del colore sbagliato, le scarpe che stringono, il gioco che non funziona, la mamma che dice “aspetta un attimo”. E a noi adulti, da fuori, può sembrare che la rabbia arrivi all’improvviso, come se si accendesse con un interruttore.
In realtà, soprattutto con i bambini piccoli, spesso non è così. La rabbia sale. A volte piano, a volte velocissima. Ma quasi mai nasce dal nulla. E quando un bambino comincia a capire che dentro di sé esistono dei segnali, delle sfumature, dei passaggi, allora può iniziare anche a sentirsi un po’ meno travolto.
È proprio questo il motivo per cui “Il termometro della rabbia” di Cristina Petit mi sembra un libro utile. Perché mostra in modo semplice una cosa molto importante: la rabbia non è solo “c’è” o “non c’è”. Ha un prima, un durante, un picco. E per un bambino tra i 3 e i 6 anni questa è già una scoperta enorme.
Tra i dati oggettivi, sappiamo che è un libro indicato dai 3 anni in su. Ma al di là dell’età consigliata, quello che conta davvero è come arriva al bambino: con immagini immediate, situazioni facili da riconoscere e un linguaggio che non complica, ma avvicina.
Perché nella pratica funziona davvero
Quando lavoro con i bambini piccoli, vedo spesso che parlare di emozioni in astratto serve fino a un certo punto. Se dico “riconosci la tua rabbia”, per molti è troppo vago. Se invece porto un’immagine concreta, qualcosa che sale e scende come un termometro, allora tutto diventa più accessibile.
Questo libro, da quello che emerge chiaramente anche dalla sua impostazione, funziona proprio perché traduce un vissuto interno in qualcosa di visibile. E per i bambini piccoli il visibile è fondamentale. Hanno bisogno di vedere per capire, di agganciarsi a una figura, a una scena, a un esempio quotidiano.
Un altro punto forte è che le situazioni raccontate sembrano facilmente vicine alla loro esperienza. Questo aiuta tantissimo l’immedesimazione. Un bambino non ha bisogno di una spiegazione perfetta: ha bisogno di potersi dire “succede anche a me”. È lì che il libro smette di essere solo una storia e diventa uno strumento.
Mi piace anche l’idea implicita che passa: la rabbia non è un difetto da spegnere, ma un’emozione da riconoscere. Per molte famiglie questo è già un cambio di prospettiva prezioso. Perché spesso, senza volerlo, ci si concentra solo sul comportamento finale — urla, pianto, opposizione, lancio di oggetti — e ci si perde tutto quello che viene prima.
Invece questo tipo di lettura aiuta a spostare lo sguardo: non solo “cosa fai quando sei arrabbiato?”, ma anche “come ti accorgi che la rabbia sta salendo?”.
Come lo userei a casa, a scuola o in terapia
A casa lo userei in un momento tranquillo, non nel pieno di una crisi. Questo per me è un punto importante. I libri sulle emozioni danno il meglio quando vengono letti prima, non mentre il bambino è già al massimo del suo termometro interno.
Me lo immagino bene la sera, sul divano, o in un pomeriggio sereno, leggendo con calma e fermandosi ogni tanto. Non per interrogare il bambino, ma per aprire uno spazio. Per esempio: “Secondo te qui era un po’ arrabbiato o tantissimo?” oppure “Quando succede a te, come lo senti nel corpo?”.
Con i più piccoli si può anche fare un passaggio in più, molto concreto: costruire insieme un piccolo termometro della rabbia da appendere in casa. Niente di complicato. Un foglio, dei colori, magari tre o quattro livelli. Calmo, infastidito, molto arrabbiato, esplosione. Non come strumento rigido, ma come aiuto visivo per dare un nome a ciò che succede.
A scuola dell’infanzia lo vedo bene come lettura in piccolo gruppo. Può essere un buon punto di partenza per parlare di emozioni senza mettere nessun bambino al centro. Si parte dal personaggio, dalla storia, e piano piano si crea un linguaggio condiviso. Questo spesso abbassa le difese: è più facile dire “anche a me sale la rabbia” se prima lo ha fatto un personaggio del libro.
In terapia lo userei come supporto con quei bambini che fanno fatica a riconoscere i segnali prima dell’esplosione. Non come soluzione in sé, ma come mediatore. A volte basta una metafora giusta per rendere più accessibile un lavoro che, altrimenti, resterebbe troppo astratto.
Una cosa che farei dopo la lettura è collegare il libro alla vita quotidiana. Per esempio:
- “Secondo te oggi il tuo termometro quando è salito?”
- “Cosa lo fa salire velocemente?”
- “C’è qualcosa che lo aiuta a scendere?”
Sono domande semplici, ma aiutano il bambino a costruire consapevolezza senza sentirsi giudicato.
I limiti reali e quando non è la scelta migliore
Anche i libri più utili non fanno magie, e secondo me dirlo è importante. “Il termometro della rabbia” può essere un ottimo punto di partenza, ma non basta da solo se un bambino è spesso travolto da scoppi molto intensi, o se la rabbia è solo la parte visibile di una fatica più ampia.
Ci sono bambini, per esempio, che dietro la rabbia hanno tanta frustrazione, stanchezza, difficoltà nel linguaggio, sensibilità sensoriale o momenti familiari delicati. In questi casi il libro può aiutare a dare parole, ma non sostituisce l’osservazione adulta, la regolazione condivisa e, quando serve, un confronto più approfondito.
Non lo sceglierei nemmeno se stessi cercando un libro molto operativo, pieno di strategie pratiche passo passo per calmarsi. Qui il valore, almeno per come lo vedo io, è soprattutto nella comprensione dell’emozione, nel riconoscerne l’andamento, nel sentirla meno confusa. Le strategie possono venire dopo, magari accompagnate da altri strumenti.
Un altro limite possibile è questo: non tutti i bambini amano parlare direttamente di sé. Alcuni ascolteranno la storia con interesse, ma senza voler fare collegamenti immediati. Va bene così. Non serve forzare. A volte il seme resta lì e torna fuori giorni dopo, magari in macchina o mentre si gioca.
A chi lo consiglierei
Onestamente, lo consiglierei a tantissime famiglie. Non solo a chi ha un bambino “molto arrabbiato”, ma un po’ a tutti. Perché la rabbia fa parte della crescita, e imparare presto che ha delle sfumature è un regalo emotivo importante.
Lo vedo particolarmente adatto ai bambini tra i 3 e i 6 anni che:
si frustrano facilmente, passano rapidamente dal fastidio allo scoppio, fanno fatica a spiegare cosa sentono oppure si riconoscono bene nelle storie e nelle immagini.
Lo consiglierei anche a insegnanti della scuola dell’infanzia e a professionisti che lavorano con i bambini piccoli, proprio perché offre una metafora semplice, immediata e facilmente riutilizzabile nella quotidianità.
E lo consiglierei ai genitori che vogliono iniziare a parlare di emozioni in modo concreto, senza fare discorsi troppo lunghi. A volte basta un’immagine giusta per cambiare il tono di tante piccole conversazioni in casa.
Un piccolo modo per iniziare davvero
Se deciderai di prenderlo, il mio consiglio è semplice: non usarlo per “insegnare una lezione”, ma per creare un momento di vicinanza. Leggilo con curiosità, fermati dove il tuo bambino si ferma, lascia spazio alle sue associazioni.
E poi prova a portare nella giornata una sola domanda, molto piccola: “Secondo te, oggi il tuo termometro della rabbia dov’era?”
Non per controllare. Non per correggere. Solo per aiutarlo, piano piano, a guardarsi dentro con un po’ più di chiarezza.
È da lì che spesso comincia tutto: non dal bloccare la rabbia, ma dal riconoscerla un attimo prima.
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